WANDERLUST 26terzo ARMENIA cap.3
L’attraversamento del Vernissage ci ha riportati verso
piazza della Repubblica, alla spalle del Museo, da dove, passando per la “via
di lusso” completamente pedonale Nothern Ave. abbiamo raggiunto il Palazzo dell’Opera
che si apre dal lato sud su piazza della Libertà (dove abbiamo trovato installazioni
forse ancora legare al periodo di festa della settimana precedente e al 9
maggio che recitavano EU-ARMENIA CLOSER THAN EVER) e nel lato nord su Piazza di
Francia oltre la quale si apre la famosa Cascade.
Percorrendo Nothern ave. ci è capitato il fatto simpatico di
essere fermati da un gruppo di Scout armeni che ci hanno chiesto una foto
assieme a loro per un progetto che avevano in corso con i turisti. Abbiamo acconsentito
volentieri chiedendone una in cambio con il nostro smartphone.
All’incrocio con Teryan st. ci sono palazzi decorati con bei
murales e in quel posto il ristorante Tun Lahmajo dove andremo a mangiare una
prossima sera
Dopo qualche foto a qualche compositore davanti al teatro
dell’Opera ci siamo preparati alla scalata della Cascade.
Si tratta di una grande scalinata che posta sulla collina
dove c’è la statua della Madre Armenia, ed è anche un museo diffuso con opere
della collezione privata di Cafesjian, il ricco armeno della diaspora che ha
finanziato il completamento dell’opera. Si può salire sia utilizzando le
proprie gambe, gradino dopo gradino, sia utilizzando le scale mobili presenti
ai lati e che, non lo neghiamo, sono una valida alternativa alernandole ai
gradini che sotto un sole caldo presentano qualche disagio.
Il complesso è di notevole interesse e bellezza, una visita
di quelle “dovute” nella capitale armena, a ragion veduta direi.
La parte alta sembra ancora in costruzione e quando si pensa
di essere arrivati alla sommità, ci si accorge che per arrivare al parco della
Statua della Madre Armenia c’è ancora da scalare.
Prima di arrivare al museo militare che sta alla base della
grande statua che si vede chiaramente da molti posti della Erevan ai piedi
della collina, si passa attraverso un parco di divertimenti con attrazioni che,
ma non frequento posti simili da 50 anni e potrei non essere buon giudice, da
noi non si vedono più. Ci sono ancora gli autoscontro da noi?
Davanti alla statua c’è un memoriale per i caduti in guerra
che aveva ancora le corone portate probabilmente il giorno prima nel giorno
della vittoria della seconda guerra mondiale.
Il museo non è di grandissimo interesse, se non per un
appassionato di cose militari, anche se potrebbe essere un buona base di studio
per la storia armena di guerre, vittorie, conquiste e sconfitte (le ultime
guerre con l’Azerbaijan segnano molto il sentire popolare, anche se non magari
in modo non evidente, per esempio con le
effigi di caduti che si vedono su municipi all’interno, nei cimiteri dove la
parte militare è una selva di bandiere armene e in frequenti piccoli monumenti
commemorativi che si trovano nel Paese. L’ingresso è gratuito ma agguerrite signore non ti lasciano uscire senza una
donazione.
Per tornare a valle abbiamo preso il bus 23 della linea
urbana di Erevan. Lo abbiamo preso dove avevamo individuato esserci la fermata
studiando il programma prima, quindi le informazioni che si ottengono sono
attendibili. Ci siamo confrontati con due ragazzine che non parlavano bene
inglese ma con le quali ci siamo aiutati con il traduttore. Non sapevamo se
potevamo usare la carta di credito a bordo, ma per questo ha sopperito la
cortesia che abbiam comunemente trovato in giro tra le persone, e una di queste
ragazzine e una signora a bordo ci hanno pagato il viaggio senza altro in
cambio che un grazie.
Arrivati sulla Mesrop che è l’asse portante e il punto di
riferimento, la abbiamo percorsa a lungo verso la periferia per andare a vedere
il museo Sergei Parajanov, un artista visionario molto originale che sì è
espresso in molte forme artistiche, dal cinema al collage passando per statue e
quadri. Purtroppo l’audioguida era pessima, sembra letta da uno sul punto di
morte, e non andava per punti per raccontando sala per sala, quindi dopo l’ascolto
sofferto andavamo a caccia di ciò che ci aveva descritto.
Non sto a raccontare cosa abbiamo visto perché dono forme artistiche
che fatico a comprendere, posso solo dire che molte mi sono piaciute
istintivamente e altre mi hanno comunque affascinato, amiche e amici con
diversa sensibilità godrebbero molto più di noi della visita di questo museo
che è una tappa fondamentale in Erevan.
Usciti dal museo siamo saliti verso il quartiere Kond che ha
fatto della sua precarietà e marginalità un motivo di caratterizzazione.
Lo si raggiunge inerpicandosi sulla ennesima collina o
salendo scale che non sono esattamente ben indicate.
Raggiunto il quartiere abbiamo avuto la sorpresa di entrare
quasi per caso in un cortile arredato in modo volutamente confuso e arraffazzonato
chiamato Kond House e che promette, sul cancello di entrata di essere una casa
instagrammabile. Ed è una piccola e funzionante impresa, condotta da una
famiglia con tre ragazzine sveglie, simpatiche e intraprendenti che non solo propongono
caffè armeno e spremute fatte al momento (e anche veri e propri pasti abbiamo
scoperto poi) ma chiedono anche di fotografare gli ospiti per arricchire una
pagine instagram piena di foto. Simpaticissime.
La giornata è volta al termine rientrando, dopo una ventina
di chilometri scarpinando qua e la in Erevan passando dalla moschea Blu, dove
era esposto un cartellone con le foto delle vittime del bombardamento della
scuola nel primo giorno di aggressione all’Iran da parte di USA sobillati da
Israele.






























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